Turismo e Fede: La Settimana Santa oltre i numeri

La Settimana Santa iglesiente e il rischio di trasformare un rito in un prodotto turistico

 

Con la mia scuola di lingua e cultura italiana per studenti danesi organizzo ogni anno viaggi studio a Iglesias durante la Settimana Santa.

Al mattino lezioni di italiano, al pomeriggio attività pratiche – cucina, visite, degustazioni, artigianato … – e la sera, per chi vuole, l’osservazione dei riti.

È un viaggio che i nostri studenti vivono anche e soprattutto come esperienza turistica, ma la sua ragione d’essere è didattica:

la lingua si impara meglio quando la si vive dentro un contesto reale.

Puntualmente, ogni anno, gli organizzatori della Settimana Santa mi chiedono di proporre ai miei studenti di vestirsi e partecipare attivamente ai riti.

Lo capisco, e non c'è nulla di sbagliato in questa richiesta: chi dedica tempo e passione a tenere in piedi una tradizione è naturale che cerchi ogni aiuto possibile.

E io sono estremamente grato a tutti coloro che sono attivi e partecipi nel portare avanti questo patrimonio di fede e identità collettiva che l'Arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte custodisce dalla fine del Seicento — oltre quattrocento anni di processioni, simulacri, matraccas e baballottis tramandati senza interruzione, in una città che porta nel nome stesso l'impronta della dominazione spagnola da cui quei riti sono nati.

 

Dunque, ogni anno giro la proposta al gruppo.

E ogni anno, senza eccezione, rifiutano.

Con garbo, senza offesa:

semplicemente non è una cosa che sentono come propria.

 

Col passare degli anni ho smesso di considerare quel rifiuto come un semplice fatto culturale.

Ho cominciato a vederlo come un segnale. Non per quello che dice sui danesi, ma per quello che dice su di noi.

La domanda che dovremmo farci non è perché degli stranieri non vogliono partecipare.

La domanda è:

come siamo arrivati al punto di chiederglielo?

 

Quando il rito diventa evento

Ogni anno sempre meno iglesienti si vestono da babbolotti o partecipano in prima persona ai riti.

Nel frattempo, le strade del centro si riempiono di persone che guardano, filmano, fotografano.

La processione avanza, ma chi la porta avanti si assottiglia.

E allora, comprensibilmente, chi organizza cerca di allargare il cerchio il più possibile.

Il problema è che allargare il cerchio dei partecipanti non è la stessa cosa di rafforzare il significato della partecipazione.

Sono due cose diverse.

- La prima risolve un problema di numeri.

- La seconda affronta un problema di senso.

E quando ci si concentra solo sui numeri, senza accorgersene, si avvia un processo che ha un nome preciso:

TURISTIFICAZIONE

 

Significa che un rito, nato per essere vissuto dalla comunità che lo ha generato, comincia piano piano a funzionare secondo le regole di un evento pensato per chi lo guarda da fuori.

È una dinamica che conosco molto bene.

Mi occupo di turismo e di autenticità, e nel mio saggio Il ricatto del turismo autentico ho provato a descrivere proprio questo meccanismo: quando si racconta l’autenticità di un territorio per attrarre visitatori, spesso non si aggiunge valore ma lo si sottrae.

Ciò che si mostra per essere apprezzato finisce per trasformarsi in ciò che il pubblico si aspetta di vedere.

E l’originale, poco alla volta, sfuma. 

 

Chi sfila non pubblica

C’è un dettaglio che racconta bene questa trasformazione.

Pensateci: chi si veste e partecipa ai riti ha le mani occupate, il volto abbassato, lo sguardo rivolto al rito.

Per tutta la durata della processione è automaticamente escluso dai social media.

Chi osserva, al contrario, è libero di filmare, fotografare, pubblicare.

Il risultato è che la Settimana Santa esiste online solo attraverso gli occhi di chi sta fuori.

I suoi protagonisti reali ne sono assenti.

Può sembrare un dettaglio tecnico, ma non lo è.

Viviamo in un’epoca in cui essere visibili conta quanto esserci.

Per i più giovani soprattutto, non apparire sullo schermo equivale, in un certo senso, a non essere presenti.

E allora anno dopo anno si crea un divario: da una parte chi sfila in silenzio e scompare, dall’altra chi guarda e racconta.

 

La rappresentazione dell’evento prende il posto dell’esperienza che lo rendeva vivo.

E importa sempre di più documentare la processione che viverla.

 

Cosa ci insegna il rifiuto dei danesi

Le ragioni dei miei studenti sono semplici e dicono molto.

 

- La prima è la distanza: ogni anno arrivano persone nuove, senza legami con Iglesias, che sanno di essere di passaggio.

Vogliono comprendere la Settimana Santa dall’esterno, con la curiosità di chi scopre qualcosa per la prima volta.

Sanno che partecipare dall’interno non li renderebbe parte del rito, ma comparse.

 

- La seconda è il rispetto: non condividono la religione da cui nasce la tradizione e sentono che infilarsi in una processione senza crederci sarebbe un gesto vuoto.

Ma c’è anche qualcosa di più sottile, che di solito non viene detto.

Quando qualcuno ti chiede di vestirti da babbolotto non perché fai parte della comunità, ma perché la comunità non ha abbastanza persone, l’invito cambia di segno.

Chi lo fa ha le migliori intenzioni.

Ma chi lo riceve avverte la differenza:

non è un’accoglienza, è una richiesta di aiuto.

 

E lo straniero intuisce anche un’altra cosa: che se un turista arrivato il giorno prima può sfilare in processione, allora quella processione ha smesso di essere un atto di appartenenza ( per come si racconta turisticamente ) ed è diventata una performance aperta a chiunque.

E persino la sua esperienza di spettatore ne uscirebbe impoverita.

 

Non di più spettatori, ma di più significato

La Settimana Santa Iglesiente non è un festival.

È un rito, e un rito vive della partecipazione di chi ci crede, di chi lo sente proprio, di chi lo ha ricevuto da chi è venuto prima.

Quando quella partecipazione si indebolisce e viene sostituita dalla necessità di “fare numero”, il rito sopravvive nella forma ma perde la sua sostanza.

Più lo si tratta come un evento da promuovere, più diventa ciò che la promozione ha bisogno che sia – uno spettacolo.

E più diventa spettacolo, meno chi ci è cresciuto dentro lo sente come proprio.

Eppure, a pensarci bene, la risposta è quasi controintuitiva.

La processione non ha bisogno di un pubblico per sopravvivere.

Ne ha bisogno solo se si pensa a sé stessa come a qualcosa da offrire sotto forma di merce a qualcuno.

 

Esiste per chi lo fa, non per chi lo guarda.

 

E paradossalmente, una processione che smettesse di preoccuparsi del numero di spettatori e tornasse a concentrarsi sul proprio valore simbolico – sulla qualità della partecipazione, sulla profondità del gesto, sulla trasmissione del significato – avrebbe molte più probabilità di durare nel tempo di una che insegue le presenze per dimostrare di essere ancora viva.

Perché ciò che rende una tradizione duratura non è la quantità di persone che la osservano, ma la convinzione di quelle che la praticano.

Una processione di venti persone che sanno perché sono lì è più forte e più longeva di una sfilata di duecento comparse che riempiono una scena per dovere o per curiosità.

La salvaguardia religiosa e culturale non si misura in teste da contare.

Si misura nel significato che ciascuna di quelle teste porta con sé.

Riflessione conclusiva

I miei studenti danesi, nella loro cortese fermezza, ci stanno dicendo qualcosa che forse non vogliamo sentire: non è compito di chi passa di lì sostenere ciò che una comunità fatica a sostenere da sola.

La salvaguardia di un rito non si delega.

 

Si affronta dentro la comunità, rinnovando il patto con la propria tradizione.

Con tutto il rispetto per chi ogni anno ci mette il proprio tempo e la propria dedizione – ma anche con l'onestà di chiedersi se la direzione che stiamo prendendo è davvero quella giusta.

Perché forse la Settimana Santa è arrivata a un bivio, anche se non vuole vederlo.

Da una parte c'è la strada per cui è nata: un rito intimo, un atto di fede che cammina per le strade di una comunità non per mostrarsi al mondo, ma per ricordarsi chi è.

Dall'altra c'è la strada delle logiche turistiche: i numeri, la promozione, l'ansia di attrarre all'infinito, la necessità di piacere, indistintamente, a chi guarda da fuori.

Più si percorre la seconda, più la prima perde di senso.

 

Liberarsi dal peso dei numeri non significa condannare la Settimana Santa a rimpicciolirsi.

Significa restituirle il suo senso più nativo e spirituale — quello di un silenzio condiviso che non chiede di essere visto a tutti i costi, ma di essere vissuto da chi lo sente suo.

Il turismo può portare molte cose a un territorio.

Ma la fede non è sicuramente tra queste.



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